Diciottò

non so che sia,
so che forse è di Pavia.
Ci si corre, ci si stende,
ci si perde e non si arrende.
C’ingarbuglia col pallone,
ci si scontra col campione.
C’è la squadra de’ Mandriola
che va in Champions, corre, è viola;
porta in campo gran talento:
diciott’uomini? Sgomento!
Porta schemi e mille azioni,
porte, dribbling e palloni.
Mille azioni, porta e rete,
mille azioni, chi ci crede?

Mille azioni, fantasia,
la neonata è di Pavia.



Da dove nasce una poesia?

A volte da un’immagine, da un ricordo o da qualcosa che abbiamo visto. Altre volte basta molto meno: una parola, una battuta, un’idea improbabile o una storia che comincia a prendere forma mentre la raccontiamo.

È proprio così che è nato Diciottò.

Tutto comincia con uno sport misterioso: il Football a 18. Non sappiamo bene quali siano le sue regole, ma sappiamo che forse è nato a Pavia, che in campo succedono parecchie cose e che esiste persino una squadra: la Mandriola.

Da questa piccola idea iniziale, la fantasia ha cominciato a fare il proprio lavoro.

⚽ Hai capito “Diciottò”?

Leggi con attenzione la poesia e scegli la risposta corretta.

1. Dove potrebbe essere nato Diciottò?

2. Che cosa provoca “sgomento” nella poesia?

3. Quali elementi del gioco vengono nominati nella poesia?


Come nasce una poesia dalla fantasia?

Quando scriviamo una poesia non siamo obbligati a raccontare soltanto ciò che esiste davvero.

Possiamo partire dalla realtà e modificarla. Possiamo prendere qualcosa che conosciamo e aggiungere un elemento che non esiste. Possiamo persino inventare una parola e lasciare che sia proprio quella parola a suggerirci che cosa accadrà dopo.

È uno dei grandi poteri della scrittura creativa: le parole non servono soltanto a descrivere un mondo, possono anche costruirne uno nuovo.

In Diciottò succede esattamente questo.

All’inizio sappiamo pochissimo. C’è un nome curioso e c’è forse una città: Pavia. Poi arrivano la corsa, il pallone, il campione, una squadra, una competizione, un colore, diciotto uomini, le porte e i dribbling.

Verso dopo verso, quello che inizialmente era soltanto un nome comincia ad avere un proprio mondo.

Le rime aiutano a costruire la storia

La rima non serve soltanto a rendere piacevole il suono di una poesia.

A volte può addirittura suggerire ciò che accadrà nella storia.

Prendiamo questi due versi:

C’è la squadra de’ Mandriola
che va in Champions, corre, è viola;

“Mandriola” e “viola” si richiamano attraverso il suono. Ma la parola viola, una volta entrata nella poesia, non è più soltanto una rima: diventa una caratteristica della squadra.

E il viola, per chi conosce Training School Academy, non è neppure un colore scelto completamente a caso.

È un piccolo particolare nascosto nel testo: un collegamento tra il mondo immaginato dalla poesia e quello nel quale la poesia è nata.

Questo è uno degli aspetti più divertenti della scrittura: cerchiamo una parola per far funzionare un verso e quella parola può regalarci una nuova idea.

Il ritmo: le parole devono anche “suonare”

Una poesia non è fatta soltanto di significati.

È fatta anche di suoni.

Leggendo Diciottò ad alta voce si possono sentire le pause, le ripetizioni e le coppie di parole che si richiamano:

Pavia / fantasia

stende / arrende

pallone / campione

Mandriola / viola

talento / sgomento

azioni / palloni

rete / crede

Non tutte le parole sono state scelte soltanto perché raccontavano qualcosa. Alcune sono arrivate anche perché suonavano bene insieme.

Ed è proprio dall’incontro tra significato e suono che nasce il ritmo della poesia.

Perché ripetere “mille azioni”?

Nella parte finale compare più volte la stessa espressione:

Mille azioni, porta e rete,
mille azioni, chi ci crede?

e infine:

Mille azioni, fantasia,
la neonata è di Pavia.

Questa è una ripetizione.

In poesia ripetere non significa necessariamente essere a corto di parole. Una ripetizione può creare ritmo, attirare l’attenzione e rendere alcuni versi più facili da ricordare.

Qui “mille azioni” dà anche l’impressione di qualcosa che continua a muoversi: corse, porte, dribbling, palloni e azioni una dopo l’altra.

Il linguaggio comincia così ad assomigliare al gioco che sta raccontando.

“Diciott’uomini? Sgomento!”

Anche la punteggiatura può raccontare qualcosa.

Nei versi:

porta in campo gran talento:
diciott’uomini? Sgomento!

i due punti preparano ciò che viene dopo.

Poi arriva una domanda improvvisa: diciott’uomini?

E subito dopo una parola sola: Sgomento!

Il punto interrogativo e quello esclamativo cambiano la voce con cui leggiamo. Il verso non comunica soltanto un’informazione: mette in scena una reazione.

Provate a leggerlo ad alta voce senza rispettare la punteggiatura e poi una seconda volta fermandovi nei punti indicati.

La differenza si sente.

“C’ingarbuglia”: quando una parola fa qualcosa

Un verso particolare è:

C’ingarbuglia col pallone,

Qui ingarbuglia non descrive semplicemente qualcuno che corre dietro a una palla.

Diciottò ci ingarbuglia.

Ci porta dentro qualcosa che non conosciamo ancora bene, tra regole che non abbiamo, giocatori che diventano diciotto, una squadra misteriosa e una competizione importante.

È quasi come se fosse lo stesso gioco a creare un po’ di confusione nel lettore.

E quella confusione, in questo caso, è proprio parte del divertimento.

Poesia significa anche giocare seriamente

Giocare con le parole non significa usarle senza attenzione.

È quasi il contrario.

Per costruire pochi versi bisogna scegliere, cambiare, cancellare, rileggere ad alta voce e domandarsi:

Questa parola dice quello che voglio dire?

Suona bene con quella precedente?

La frase mantiene il ritmo?

La punteggiatura fa leggere il verso nel modo giusto?

La rima aggiunge qualcosa oppure è stata messa soltanto perché fa rima?

Scrivere una poesia significa quindi usare contemporaneamente fantasia e precisione.

La fantasia permette di immaginare.

La lingua permette di dare una forma a ciò che abbiamo immaginato.

E il Football a 18 esiste davvero?

La poesia non ce lo dice.

E non è obbligata a farlo.

Diciottò ci racconta un mondo nel quale questo sport ha già un nome, una città, dei giocatori, una squadra viola e persino una possibile partecipazione alla Champions.

Il resto può ancora essere inventato.

Forse un giorno qualcuno deciderà davvero come si gioca a Football a 18.

A quel punto serviranno un campo, un regolamento e parecchi giocatori.

Per la Mandriola, invece, abbiamo già scelto il colore.

Viola, naturalmente.


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